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La rivoluzione culturale passa dalle Social Street

La rivoluzione culturale passa dalle Social Street

C’è uno sprazzo di bellezza che illumina Bologna. Una piccola luce apparsa due anni fa in via Fondazza e che da allora si è propagata velocemente, accendendosi in tutta la città e in tutta Italia come tanti piccoli filamenti di fibra ottica. Un’idea semplicissima, venuta in mente a Federico Bastiani e sua moglie, Laurell Boyers, che dopo un anno dal trasferimento in Emilia, lontano dalle proprie famiglie, cominciavano a sentirsi soli e isolati. Non senza qualche dubbio, i due decidono di creare un gruppo Facebook “Residenti in via Fondazza” e promuoverlo appendendo alcuni volantini sotto i portici della strada per “socializzare, organizzare incontri, esprimere necessità o esigenze” e ,inaspettatamente, cominciano a fioccare le adesioni. Dopo soli tre mesi sono oltre 200 le persone a scendere in strada per il primo flash mob di natale di via Fondazza e dopo un anno si contano addirittura 1.200 membri. Una grande comunità in letargo che non aspettava altro che il giusto input per rivelarsi.

 

L’input in questo caso si chiama Social Street, ma il vero elemento critico è la fiducia. Chiunque viva in città sa bene quale sia il livello di indifferenza, o peggio, di diffidenza, che vige tra le persone. I vicini si incrociano solo al ritorno dal lavoro o dal supermercato, si salutano con un cenno del capo, a volte nemmeno quello, e poi ognuno si rintana in casa propria. Lo stesso succede per strada o alle fermate degli autobus, ma in questo caso ci rifugiamo sui nostri schermi, estensione del nostro microcosmo, pezzo di casa che portiamo in tasca ogni giorno. Eppure, proprio i tanto vituperati smartphone e social network possono farci cambiare rotta. Se finora sembravano avvicinarci a chi è distante ma allontanarci da chi ci sta in fianco, grazie a Social Street scopriamo che possono essere utili anche in senso inverso, sfruttandoli per il primo approccio, per rompere il ghiaccio e conoscerci in un secondo momento. Dal virtuale, al reale, al virtuoso.

 

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Sì perché se agli inizi veniva utilizzato per chiedere gli orari del calzolaio o quale fosse il miglior fruttivendolo della zona, ben presto il gruppo di via Fondazza è diventato una piattaforma di mutuo aiuto, dove darsi una mano senza chiedere nulla in cambio. Leggere la bolletta, riparare la bici, tenere il gatto, portare su un mobile. Ogni problema viene risolto da questo buon vicinato 2.0, ogni difficoltà diventa un’occasione per conoscersi e stringere nuovi legami. Legami che crescono, si rafforzano e danno voglia di andare oltre, condividere di più, come per esempio un bike sharing con le biciclette inutilizzate, un concerto di strada o la festa di capodanno. Così la disponibilità e l’impegno per l’altro fanno lievitare il senso di appartenenza alla zona e i gesti di generosità si estendono ai beni pubblici – la fontana da riparare, le fioriere da innaffiare, le cartacce da raccogliere – a contrasto del degrado e a beneficio della vivibilità.

 

Prima di Social Street quando arrivavo a casa, mi sentivo a casa quando aprivo il portone e chiudevo la porta. Ora invece quando giro l’angolo per entrare in via Fondazza, ho la stessa sensazione ma ce l’ho già in strada.
- Federico Bastiani

Oggi Laurell e Federico si sentono molto meno soli, anzi, come amano ripetere, si sentono a casa non appena mettono piede nella via, perché non sono più volti senza identità quelli che incrociano per arrivare alla porta di casa, ma amici con cui scambiare quattro chiacchiere e qualche abbraccio. È questa la vera rivoluzione di Social Street, far tornare la relazione al centro, senza snobbare il digitale, per dar vita a un mondo più connesso, più vivo, più umano. Un cambiamento culturale appena iniziato ma che, con oltre 410 vie attive, sta già contagiando l’Italia (Milano, Roma, Firenze, Palermo), l’Europa (Parigi, Barcellona, Amsterdam, Varsavia, Lisbona) e il mondo (Brasile, Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti). E noi, ovviamente, ci auguriamo che continui così.

 

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Laurent Ferrante

Written by Laurent Ferrante

Curioso di tutto (o quasi) da grande avrei voluto fare il lettore, ma non essendo una professione retribuita ho preferito dedicarmi a lettering e illustrazione. Sogno di girare il mondo e contribuire ad aggiustarlo.
Website: http://www.papaya.studio

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